Primo capitolo online - Tornando da un Amico

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Primo capitolo online




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Prima edizione
ISBN 978-88-99067-34-2
Qualsiasi riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale


SILVIA PIOZZI
                                                 
TORNANDO DA UN AMICO


CAPITOLO I

Milano, Primavera 1957


Il ragazzo era alto, dinoccolato e aveva il viso pallido di chi trascorre poco tempo all'aria aperta.
Gli occhi erano azzurri, grandi e intelligenti, fissavano le persone con l'onestà della giovinezza.
















.....

Aveva tredici anni e qualche volta di pomeriggio, dopo la scuola, andava nel grande piazzale del mercato a correre un po’ con la sua bicicletta verde. Avrebbe voluto andare al parco Sempione ma sua madre non voleva. Lui ubbidiva ed era triste perché i suoi amici non venivano lì.
Nel piazzale, verso il primo pomeriggio, si vedevano solo gli spazzini ripulire l'asfalto dagli scarti lasciati dai bancarellai. Talvolta sua madre si affacciava al balcone del condominio, prospiciente il piazzale e lo salutava.
Lui non rispondeva. Lo infastidiva essere sempre controllato.
Quel pomeriggio fece alcuni giri del piazzale, poi si diresse verso il cinema parrocchiale. Sui gradini dell'ingresso, che era chiuso, stava seduto Vito, il suo compagno di classe. Entrambi erano in III B. In realtà il suo nome era Vittorio, come suo nonno, ma per tutti era solo Vito.
Era di corporatura robusta, aveva grandi occhi neri ed i capelli ondulati di color castano che, sotto i raggi del sole, diventavano rosso mogano. Aveva la pelle olivastra, lo sguardo vivace, intraprendente ed ottimista. Dimostrava qualche anno in più della sua età; lui lo sapeva e ne era fiero.
«Ciao Paolo.» Gli disse il ragazzino.
«Posso salire in canna sulla tua bicicletta? Dai, andiamo al campo sportivo.»
«No.» rispose lui «Mia madre non vuole che vada in giro, dice che c'è traffico ed è pericoloso. Debbo ubbidire.»
«Tua madre non ha fiducia in te, per lei sei sempre un bambino.» Gli rispose Vito. Paolo non si offese, scese dalla bicicletta e si sedette anche lui sui gradini.
C'era un po' di vento e lungo la strada passavano le auto, i tram e gli autobus.
Si stava bene, l'aria era tiepida in quel primo giorno di primavera.
«Sì,» disse Paolo «mia madre non si rende conto che ho bisogno di libertà ma io, quando finisce l'anno scolastico, non andrò più a scuola. Voglio cominciare a lavorare, ho deciso. Quando porterò a casa i primi soldi lei dovrà capire per forza che non sono più un bambino.»
«Ma te la senti di lasciar la scuola?» Disse l'amico. «Sei bravo, hai buoni voti, per me sbagli. E poi che lavoro pensi di fare senza un diploma?»
«Ci sono ditte che prendono giovani come apprendisti.» Rispose Paolo.
«Hai un'idea di dove andare?»
«Sì, Luca, lo conosci anche tu, mi ha detto che suo fratello lavora in una fabbrica di manometri industriali e prendono ragazzi anche senza titolo di studio.»
«Andrai a fare l'operaio?»
«Sì, per forza, ma imparerò cose nuove, vedrò persone, vivrò.»
«Ma credi di farcela e tua madre cosa dirà?»
«Credo di sì, mia madre dovrà accettare anche se non vuole. Non può obbligarmi ad essere sempre il suo bambino.»
Si alzarono, Paolo riprese la bicicletta e si incamminarono a piedi lungo la via, verso il piazzale del mercato.
La latteria della mamma di Giuseppina era aperta e si fermarono pochi minuti a salutarla. Giuseppina era una loro compagna di scuola che era molto simpatica a Vito e lui sperava di incontrarla.
Quando ormai stavano per andarsene la ragazzina arrivò. Paolo notò lo sguardo con cui lei si rivolgeva a Vito e per un attimo gli ricordò lo sguardo di sua madre quando salutò suo padre che partiva per la Germania.
Poi parlarono degli esami e di cinema. Arrivati davanti al condominio, dove lui abitava, entrarono dal portone spalancato e salirono le due rampe di scale.
La casa era una costruzione di sette piani all'estrema periferia della città, edificata nei primi anni del dopoguerra. Era un luogo triste dove c'erano sempre, ai piccoli balconi, molte lenzuola stese e lungo le scale si sentiva odore di cavoli bolliti. Nella sala vi erano un comò stile chippendale con sopra i libri di scuola, un tavolo con il ripiano in vetro nero, sei sedie e un piccolo divano beige che alla sera diventava il letto dove dormiva Paolo. Una tenda nascondeva il ripostiglio. Nella camera c'erano due poltroncine, un grande armadio e il letto matrimoniale. Sulla parete una stampa della Madonna.
Nelle belle giornate, quando al pomeriggio il sole illuminava la stanza, Paolo si sedeva sulla poltroncina e fissava il letto vuoto pensando a suo padre. Gli mancava.
Nella piccola cucina c'erano i fornelli, una madia e tre sedie di legno che sua mamma aveva verniciato di bianco, perché erano troppo vecchie. Sulla parete il calendario dove Lina, la madre di Paolo, segnava con la matita rossa le scadenze delle bollette da pagare e delle rate d'affitto.
Di fianco una foto di Giuditta, sua sorella morta di broncopolmonite a tre anni. Spesso Lina fissava l'immagine e gli occhi le diventavano lucidi. Poi diceva a sé stessa "Dio mio, dammi la forza di andare avanti".
A modo suo riusciva qualche rara volta a sorridere ancora. Ma lo sguardo era spesso assente, perso in pensieri che non raccontava a nessuno. Era una donna che si era chiusa in sé stessa, dal fisico magro e scarno. Nonostante avesse solo quarant'anni le rughe profonde del viso lasciavano intuire il dolore di vivere ma gli occhi azzurri, come Paolo, erano buoni, intelligenti e vi si leggeva ancora una piccola curiosità indomita verso la vita.
Aveva un grande senso del dovere. Infatti viveva per suo figlio e si sforzava di essere per lui una buona mamma.
«Buongiorno signora.» Disse Vito entrando.
«Dove sei stato?» Chiese Lina senza rispondergli, rivolgendosi a Paolo. «A camminare, ora siamo qui.»
«Sì, l'ho visto nel piazzale e abbiamo fatto quattro passi.» Annuì Vito.
«Ciao, Vito.» Disse solo allora Lina, girando lo sguardo e fissandolo con attenzione. «Ma quanto cresci! Ti ho visto un mese fa e sei ancora più alto.» Esclamò la donna. «Signora,» disse il ragazzo mentre la seguiva verso la sala «Potremmo andare, Paolo ed io, qualche volta ai Navigli, a vedere le barche oppure al centro sportivo?» La donna aveva insegnato al figlio a fare attenzione ai semafori, al traffico, ma non si fidava, non tanto di Paolo o di Vito, ma del mondo fuori dalla sua casa.
«No, non avete ancora imparato a usare il buon senso, correte in bicicletta senza nemmeno far caso se arriva un autobus o un tram. La volete capire che loro non possono frenare di colpo.»
«Papà mi lascerebbe, aveva fiducia in me.» Disse Paolo.
«Lo so» rispose la donna. «Anch'io ho fiducia ma debbo essere per te madre e padre insieme.»
Si sedettero al tavolo, Lina accese la radio e si sentì meno triste. Preparò tre tazze di cioccolata calda e si misero a parlare della scuola.
La stanza era piena dell'odore di cacao e le note della canzone “Aprite le finestre” che quell'anno vinse il Festival di San Remo, avevano creato un'atmosfera allegra. «Cercherò di darvi fiducia, ai Navigli potete andare, ma non in bicicletta, prendete il tram. E poi solo dopo che avete studiato.»
«Studieremo tantissimo.» Disse Paolo rivolgendosi a Vito per trovare nel suo sguardo la conferma di quell'impegno.
Il ragazzo annuì e rispose con un grande sorriso soddisfatto e sorpreso «Non ci sono dubbi, signora.»
«Allora diamoci da fare subito.» Disse Paolo prendendo dal comò i libri.
«Vado anch'io a casa a studiare.» Annuì Vito dirigendosi verso la porta e salutando.
Quando il ragazzo fu per strada, si tolse il giubbino di lana e cominciò a correre. Aveva voglia di aria, di libertà.
Ripensava alle parole di Paolo e di Lina. Lei aveva spesso uno sguardo stanco, rassegnato.
Da quando suo marito se ne era andato in Germania, a lavorare come carpentiere, non sorrideva quasi più. Anche Paolo, che prima era sempre allegro, aveva spesso gli occhi rossi di chi ha pianto. Vito non osava fare domande, aveva timore di dire cose sbagliate.
Lui un padre presente, magari distratto dal troppo lavoro, l'aveva. Sua madre faceva la contabile ai grandi magazzini e quando tornava a casa la sera si sedeva in cucina e diceva sempre «Finalmente senza numeri.»
Si toglieva gli occhiali, socchiudeva le palpebre per qualche secondo, poi si rialzava, prendeva il grembiule dal gancio dietro la porta e si metteva ai fornelli canticchiando qualche canzone. Aveva una bella voce e a volte Vito la stava ad ascoltare con vero piacere.
Anche quella sera fu così, ma Vito aveva poca fame e guardando i suoi genitori seduti a tavola, disse: «Uno di questi giorni posso invitare Paolo qui, a cenare con noi?»
Suo padre, rigirando la forchetta nel piatto rispose: «Paolo è quel tuo compagno di scuola che ha il papà in Germania?»
«Sì è lui, credo si senta solo. Vorrei che fosse davvero mio amico. Mi dispiace che abbia deciso, dopo la fine della scuola, di andare a lavorare.»
«Come, il padre non manda dei soldi alla famiglia per vivere?» Rispose la madre.
«Sì, credo, non lo so con esattezza, ma non penso sia per una questione solo di soldi, penso sia per uscire dalla sua vita che, per quello che ho visto, è un po' triste.». Disse Vito.
La madre si era alzata, aveva preso dal fornello lo stufato e raccogliendo il tovagliolo caduto per terra, rispose «Bisogna che lo inviti.»
«Eh sì.» Disse il padre che, per carattere era sempre disponibile con tutti.
Era un uomo di quarantadue anni che, dopo la guerra, aveva cercato disperatamente un lavoro senza trovarlo.
Un giorno aveva iniziato a suonare a tutti i campanelli delle ditte di progettazione che c'erano a Milano. Poi era stato assunto e faceva il geologo. Lavorava sempre, a volte anche di domenica.
Avevano cenato senza nemmeno ascoltare le ultime notizie alla radio, come facevano d'abitudine. Vito aiutò sua madre a sparecchiare, poi andò a letto, con i calzini addosso, si arrotolò nella coperta e ascoltando solo il brusio delle parole dette sottovoce dai suoi genitori, si addormentò.
Sognò la Germania, che non aveva mai visto. Lunghe strade con tante belle case. Una di queste era in costruzione e c'era un uomo che lavorava. Il ragazzo capì che era il padre di Paolo. Si avvicinò e sentì l'odore della calce fresca, poi di colpo il sogno cambiò, rivide il mare del suo paese, Chioggia e il viso di suo nonno. Ogni estate andavano a trovarlo e Vito quando ripartivano, si domandava sempre se l'avrebbe rivisto l'anno dopo.

Nel sogno il sole illuminava una lunga spiaggia dove lui correva con i suoi genitori e Paolo.
Quando la luce del mattino, che filtrava dalle tapparelle, lo svegliò, il ragazzo sapeva che avrebbe dovuto fare in fretta per correre a scuola.
In casa c'era silenzio. I genitori se n'erano già andati al lavoro. Aprì la porta della camera e andò in cucina.
Sua madre gli aveva lasciato sul tavolo la tazza di caffelatte con il pane tagliato a fette. Bevve frettolosamente, senza mangiare nulla, corse in bagno, si lavò come i gatti, scese le scale saltando i gradini due a due e fu in strada. Si avviò con passo rapido, i libri sottobraccio e dopo un quarto d'ora entrò a scuola.
Come tutte le mattine era l'ultimo. Il bidello lo guardava e sorrideva con l'aria sorniona dietro gli spessi occhiali. Poi suonava la campanella.

Aprì il libro di storia e si concentrò sulla rivoluzione francese e su quello che l'insegnante spiegava. Lo colpì il motto repubblicano “Vivere Liberi o Morire”. Due giorni prima non avrebbe dato così tanta importanza a quella frase ma oggi aveva un senso che gli parve una scoperta: il senso della libertà. Di colpo comprese come senza la libertà un individuo sia nulla. Si girò e guardò Paolo che stava prendendo appunti, come era solito fare, durante le lezioni.
Fu in quel momento che l'insegnante disse: «Tu Vito, spiegami con le tue parole, perché libertà, uguaglianza e fraternità sono diritti per un cittadino.»

Il ragazzo arrossì volgendo la testa verso la professoressa che lo fissava con sguardo interlocutorio. Si alzò dal banco e disse

«Credo che ogni persona debba essere libera di scegliere, di decidere, di vivere. Purché viva con onestà del suo lavoro. Credo che le differenze fra una persona ed un'altra nascano con il tempo, da come si agisce. Sono le azioni a rendere diverse le persone. La società, quando è libera, dovrebbe lasciare ai cittadini la possibilità di scegliere come e chi essere.»
L'insegnante restò muta a fissarlo per un lungo minuto perché provò stupore ed al contempo preoccupazione. Era un ragionamento perfetto ma lei sapeva che avrebbe portato un adolescente a divenire forse un adulto deluso. Sapeva anche che dalle migliori ideologie sono nate rivoluzioni che, nella maggioranza dei casi, hanno solo cambiato il nome delle diseguaglianze sociali e che in realtà la libertà, quella con la L maiuscola è difficile da gestire perché richiede qualità che poche persone posseggono. Ma questa sarebbe stata un'altra storia e lei non si poteva permettere di spiegarla. Il suo compito era portare gli scolari fino agli esami.
Disse al ragazzo «Un cittadino per avere diritti ha anche dei doveri. Per l'appunto, parleremo ora della “Dichiarazione dei Diritti dell'uomo e del cittadino” scritta nel 1789.»

Vito, risedendosi al banco, fissò le pagine del libro di storia. Quello che aveva detto non era esattamente scritto ma lui lo aveva pensato e la vita di Paolo non era affatto estranea a questo ragionamento.
Seguì le parole dell'insegnante mentre spiegava, poi pensò che gli uomini sono come tanti pesciolini e debbono stare sempre attenti a non farsi portare via dalla corrente. Lui voleva un mare grande in cui sentirsi libero.
Decise in quel momento che avrebbe aiutato chiunque a raggiungere il mare insieme a lui.
Da quel giorno Vito cambiò. Iniziò a dedicarsi agli studi con maggiore passione. Cominciò a leggere tutte le sere il “Corriere” che suo padre portava a casa.

Le giornate trascorrevano veloci e spesso, al pomeriggio, studiava con Paolo.
Ogni tanto andavano ai Navigli, lui, Paolo e Giuseppina che portava dalla latteria le stringhe di liquirizia.
Si divertivano a guardare le barche passare. A volte, quando il tempo non era bello, c'erano le rondini che volavano basso.
Un pomeriggio, una rondine si posò sul muretto dove erano seduti. Paolo la guardò e la rondine non si mosse. Allora lui le disse: «Da dove vieni, quanta strada hai fatto?» La rondine rispose solo a Paolo perché Vito e Giuseppina non udirono nulla.
Ma Paolo raccontò che la rondine veniva da lontano, aveva viaggiato tanto ed era contenta di stare lì con loro. Gli credettero perché era bello crederci.
Di fatto per altri due pomeriggi quella rondine tornò sul muretto e loro pensarono che forse li aveva riconosciuti.
Erano ore serene trascorse aspettando il futuro. Parlavano di cosa avrebbero fatto finita la scuola. Fu in uno di quei pomeriggi che Paolo disse: «Mi sarebbe tanto piaciuto studiare da ingegnere e progettare navi.»
«Te l'avevo detto, vai avanti a studiare. Parlane con tua madre, senti cosa ti dice. Lascia perdere l'idea di andare a lavorare.» Rispose Vito.
«Il fatto è che mio padre qualche volta telefona, ci manda dei soldi, dice che a Natale tornerà ma io non credo. Mia madre pensa che abbia trovato un'altra donna in Germania. Mio padre non vuole bene a mia mamma, lo sento. Mi sono fatto l'idea che sia andato a lavorare all'estero semplicemente per sentirsi libero. Se noi non siamo per lui la sua famiglia, non possiamo costringerlo. L'affetto non si chiede, si dà. Questo è quello che pensiamo mia mamma ed io. Ma i soldi sono pochi e studiare costa. Io non voglio chiedere nulla di più a mio padre.»
Tornarono verso casa in silenzio. Vito e Paolo parlavano tra loro quando era necessario anche se a volte, seguivano il filo dei propri pensieri a voce alta.
In quel momento pensavano entrambi che fra due giorni ci sarebbero stati gli esami e poi le loro vite si sarebbero divise.
Giuseppina era più superficiale, non pensava a tutte queste cose. Lei veniva ai Navigli perché c'era Vito, ma in cuor suo avrebbe preferito andare a vedere le vetrine dei negozi in centro.
Quando arrivarono davanti alla casa di Paolo, Vito disse: «Non sappiamo niente del futuro, può darsi che tu faccia la scelta giusta, ma ogni tanto torniamo comunque insieme ai Navigli. In ogni caso resteremo amici, vero?»
«Ma certo, ora pensiamo ad essere promossi, tutto il resto poi verrà.» Rispose Paolo anche se, per la prima volta nella vita, capì che le diseguaglianze possono nascere da fattori contingenti e non da libere scelte.
Promise in silenzio a sé stesso che mai, come in quel momento, si sarebbe più sentito obbligato a non poter scegliere.
Vito capì, chinò la testa, provando un senso di inadeguatezza ma sorridendo urlò «Dai che magari fra dieci anni rideremo insieme di tutto questo e saremo ricchi!»
Giuseppina diede un bacio sulla guancia a Paolo e prendendo per mano Vito se ne andarono.
Nei due giorni che seguirono studiarono, dormirono poco e mangiarono quasi nulla. Aspettavano il giorno degli esami osservando l'orologio ogni ora. Poi furono promossi, tutti con buoni voti. Ma nessuno dei tre ebbe più il coraggio di dire «Andiamo a fare un giro ai Navigli.» Non si cercarono più perché la loro libertà aveva adesso confini diversi.
Paolo quella sera si addormentò, tutto vestito, nel grande letto di sua madre. Lei lo guardava mentre lui sognava la rondine che veniva da molto lontano.




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